Tiriamo giù quel muro

11:37 am in News da Stefano Binda

Quando su un muro c’è una crepa, è meglio abbatterlo il più presto possibile.

Proverbio cinese

“Quando su un muro c’è una crepa, è meglio abbatterlo il più presto possibile”.
Lo afferma un antico proverbio cinese.
Oggi questo antico adagio popolare risuona ancora a Como, provincia spaesata dalla paura dei Paesi emergenti e dalle grandi metafore geografiche di una nuova via della seta, di un nuovo centro globale del progresso materiale.
Un tempo costruire mura significava proteggere una città, ma soprattutto donare ad una città il suo proprio limite.
De-limitare era un tempo fondare una Città.
Darle una misura, segnare il suo stesso essere al confine con il suo non-essere, perché dobbiamo riconoscere ciò che non siamo come parte di ciò che siamo.
In questo limite si costruiva l’identità stessa di una comunità civile, di un civile abitare.

Ogni giorno ascoltiamo un moderno adagio lombardo e italiano: non c’è alternativa al governo delle destre, non c’è scampo alla cinta muraria del mercato elettorale della paura, al localismo sterile e senza progetto della Lega, al volgare e sregolato peronismo berlusconiano, alla deformazione clientelare ed illiberale del concetto di sussidiarietà in questa parte del Paese.

Finché non saliremo su questi muri, non capiremo che per trovare, al di là di essi, un’alternativa, dobbiamo abbatterli.

Ci sono molti che affermano ancora oggi, a Como e in Lombardia, che non ci sarebbe alternativa alle forze che in trent’anni hanno riempito il Nord di paure, alle forze che ne hanno coltivato le debolezze, per poi lasciarlo con gli stessi problemi che forse un tempo hanno urlato ma mai responsabilmente risolto.

Tutti costoro dovrebbero venire a Como e sentire insieme a noi che non ci può essere alternativa alla costruzione di un’alternativa.

Staccarsi dall’insieme, tirare su un muro alla soglia del proprio giardino, cercare la via di una salvezza per i pochi abitanti del villaggio fuggendo dal mondo e dalla storia: hanno gettato al vento altri trent’anni: noi non faremo lo stesso errore.

Noi abbiamo una meta, noi abbiamo una rotta, noi aspiriamo ad un orizzonte più ampio del sondaggio giorno per giorno.

Non c’è niente di necessario, niente che non possa essere altrimenti.

Noi guardiamo avanti, noi ci lasciamo alle spalle il disprezzo delle regole, la concentrazione dei poteri, l’alterazione della concorrenza, mentre i nostri lavoratori e le nostre imprese stanno sul mercato ogni giorno per uscire dalla crisi.

E’ tempo di cambiare.

Gli investimenti pubblici in infrastrutture, nelle politiche per le imprese e la competitività, per la formazione dei giovani, per il welfare e il lavoro, non potranno più disperdersi né polverizzarsi secondo la logica della clientela politica o del sindacalismo di territorio.

Ci vuole una strategia, una governante. Una nuova classe dirigente.

Sapete, lo dico con mite consapevolezza: sono finiti i tempi, e se non lo sono li faremo finire noi, insieme, i tempi in cui una società presieduta e partecipata dal sindaco prende senza gara appalti da un’altra amministrazione di centrodestra.

Se questi sono gli unici vantaggi – a parte i soldi per costruire il muro – di avervi al governo della città, della provincia, della Regione e fino a poco tempo fa al Governo del Paese, noi diciamo che questi tempi sono finiti.

Nel futuro, oltre il muro, ritroveremo anche un po’ di glorioso passato, di quando Como non era una Provincia spaesata e rancorosa, di quando era, al confine, un passaggio alla volta del Mondo.

Di quando vantava 22 soldati tra i 1000 di Garibaldi, e sapeva mettersi al servizio di qualcosa di più grande.